Ladypazz2

La mia generazione era appena andata a fuoco, l'avevo bruciata sperando che la cenere generata avrebbe fatto almeno da concime alla terra.
Tanta di quella musica che non avrebbe potuto mai ascoltarla tutta, tante di quelle parole che non avrebbe potuto mai leggerle tutte, tante di quelle immagini che non sarebbe mai stata in grado di guardarle tutte.
La mia generazione era alle mie spalle, scoppiettante mentre mi allontanavo da lei. Il fumo provocato era più delle fiamme che l'attorniavano, accompagnata, come suo solito, da sirene e dissennate grida.
Avevo con me un sassolino nella scarpa ed un borsone in pelle marrone poco pesante, una cuffia e il cd con la voce di lei a cantarmi nelle orecchie alla Hall of Fame di Leicester.
Ma nonostante dessi l'impressione di aver perso tutto, avevo appena realizzato di avere acquistato, invece, ciò che da tempo noi ragazzi avevamo smesso di cercare, ciò che a noi tutti serviva: il nulla.
"Di che parla la tua canzone?" le chiesi.
"Di un contadino e un Re".
Mangiavo cereali incrostati di frutta secca e viscosa che otturava le naturali scavature dei denti dandomi la piacevole sensazione di insensibilità durante lo scontro tra un molare e l'altro. Torpidi sbattimenti di dentiera si alternavano ad un: "Che contadino? Che Re?"
Il naso di lei sniffava nitroglicerina, deflagrante esplosivo per la testa: cocaina a strisce finissime e così poco alte che il vento non avrebbe trovato alcun appiglio per spazzarle via, ci fosse stato.
La testa scrollata, la mucosa bruciata: "Un giorno un povero contadino lottò per il suo popolo contro un Re distratto che si scordò del pane ai sudditi e dell'acqua ai somari per inseguire i sogni di un reame smisurato, ottenne appoggi e gloria, vincite su vincite, cariche ed onori e in fine l'Impero, diventando Re".
Le gengive non reggevano il contraccolpo dei miei denti a prova d'urto e si infiammavano sanguinando rosse striature ai bordi dei canini: "Che Re?"
"Un Re distratto, che si scordò del pane ai sudditi e dell'acqua ai somari per inseguire i sogni di un reame smisurato, ma un giorno…"
Spolverai il tavolo con un tiro che mi assopì il naso e mise in tensione la mia fronte aggrovigliandola in piccoli rotoli di pelle aggrottata: "… un povero contadino lottò per il suo popolo…"
"Già" rispose lei.
La mia generazione scriveva d'amori persi in diari aperti al mondo, con artificio e vittimismo, attorniando le parole di lucenti stelline, glitter e tristi smile giallastri e incongruenti, ma le loro parole e le loro espressioni non differivano, e la disperazione perdeva singolarità rendendola piatta, come se lo stesso giovane combattuto e dannato avesse girato il mondo facendo soffrire allo stesso modo ogni amante che scriveva in quei diari.
La mia generazione era un passo dietro alla scarpata, ma la sua fortuna stava nel fatto che s'era fermata e aveva smesso di camminare. Per questo, il fumo che avevo dietro imbrattava i muri, ma non loro, non me, che sembravo assuefatto al biossido di carbonio, come alle droghe leggere e avevo imparato a fare a meno dell'ossigeno.
Feci due passi ancora, mille miglia verso il punto di partenza, che non avrei trovato, ma che non mi sarei stancato mai di cercare.
Trovare equivale a morire. Cercare è l'unica vita che io abbia mai conosciuto.
E allora via da lì, via da quella casa ereditata dai miei per cui non avevo lottato, via dal perché delle guerre e dai "troviamo un accordo politico", via da giardini troppo uguali ad ogni giardino del mondo: la mia casa ero io, in quel momento, l'unica casa che conoscessi eccetto la piccola Maria.
Mi avvicinai all'imponente Chiesa di Santa Lucia. Stavo dietro le sbarre che separano il mondo dei bambini da quello degli adulti, le sbarre più imponenti del mondo, verdi e apparentemente fragili, ma pronti a ricoprirsi di ruggine e spine rampicanti alle prime piogge. I bambini giocavano nel parco ed io cercavo di scovare mia sorella tra tante possibili piccole sorelle che cantano e giocano.
Un ritornello, come un ticchettio martellante di un orologio donava sorrisi a chi, di quella filastrocca, ne era incosciente. Piccoli bimbi miei, sarà la vostra terra che cadrà in quel: giro giro tondo, quant'è bello il mondo, casca la Terra, tutti giù per terra...
Tutti.
Giù.
Per terra.
Un pazzo un giorno compose una filastrocca e la mise i bocca al figlio, poi gli disse di diffonderla, e come il morbillo quella si diffuse, ma come la peste non andò via.
Ridendo strozzavano le loro ugole e davano sazio alle loro risa.
Piccoli bimbi miei, la gente grande non lotta perché questa filastrocca finisca, ma paga le tasse, lavora e piange da sola, mandando a quel paese i pedoni quando è in auto e le auto quando è pedone.
Non cantate più questa filastrocca, piccoli bimbi miei, che un giorno, conoscendone il significato, le vostre risa diventeranno pianto. "Ciao Babbuccia mia", dissi, "sono venuto per salutarti."
Maria era lì con un grembiule blu e quel nastro bianco che copriva i colori dei vestiti che Francesca aveva scelto per lei quella mattina e che lei aveva scelto per se stessa in qualche negozio della città.
Mi allunga una mano: "Allora vai via, fratellone?" mi disse, e in quel frangente lei sembrò l'adulto ed io un piagnucolante poppante. Non è vero quello che dicono dei bambini, loro non sono come noi gli imponiamo di recitare nei film, loro non piangono per chi va via, piangono solo per chi li abbandona.
"Sai che tornerò presto, piccola mia, lo sai, non è così?"
"Sì" abbassò la testa, certa di non potermi mai perdere, "lo so."
E stetti in silenzio aspettando che lei dicesse l'ultima parola.
Maria viveva con Francesca e Filippo, due amici che s'erano presi cura di lei da sempre. Francesca adesso stava male, aveva qualcosa alle ovaie, qualcosa di grave e che le impediva di avere bambini. Così, Maria per loro era diventata una figlia, ed io potevo esserle fratello senza rischiare di dover essere anche un padre, un pessimo padre. Preferivo essere un buon fratello. Le volevo così bene che non c'era stato altro che amore per lei nella mia vita o forse, lei era una scusa per non dovermi impegnare, lei non mi avrebbe mai lasciato.
"E adesso dammi un bacio Babbuccia" e me lo diede tra le sbarre proprio mentre la maestra cominciò ad urlare come un motorino snervante in giro per la città. L'avrebbe rimproverata di lì a poco per aver parlato con uno sconosciuto, ma lei avrebbe preso il rimprovero mantenendo il segreto d'aver incontrato il fratello sbandato.
"Adesso vado" mi disse, matura com'era a soli otto anni.
"No, aspetta" risposi io… e ne avevo quindici in più. Le diedi la mia collana, gliela misi in tasca e andai via: "Tornerò presto amore mio."
In casa del vecchio Popper, l'aria sa di gelsomini piantati in giardino che la moglie Matilde raccoglie e mescola in acqua ed alcool a fuoco lento per crearne l'essenze di cui è riempita. Sa di famiglia felice, di Whisky e di vecchiaia, di malattia e di ricordi nelle foto a colori sbiadite dal tempo. Sa di torta alle mandorle e di pere lesse. Sa di vita lenta e di maniacalità del senso dell'ordine ch'è spesso disordine nella mente di chi lo mantiene.
"Cosa vuoi farne figliolo?", mi chiede Popper scendendo in cantina e porgendomi i fusti da due litri con la scritta Oil sbiadita dal tempo, nemico dei colori come l'autunno.
"Voglio riempirli di benzina e dare fuoco a casa dei miei. Poi dar fuoco alla mia scuola, al comune e alla villa, all'antenna TV, ai centri sociali, agli asili, a tutto il paese… e poi andar via".
Popper è chino su un fusto e balbetta suoni privi di senso per chi non sa sentirli. Una E, una A, e chissà cosa ancora, che stanno cercando di trovare il posto giusto in una frase che prima o poi uscirà da quella vecchia bocca tremante. Io aspetto. Poi sorrido per aiutarlo.
"Brutto mascalzone, per poco non ti avevo creduto con quel viso serio" e sorrise anche lui, anche se il suo sorriso non era bello come il mio, come quello disimpegnato e alcolico della mia generazione. I sorrisi di Popper, nelle foto in bianco e nero, non avevano altri termini oltre a "spensierato". Eppure nei cieli volavano aerei carichi di bombe ed arcaici supereroi in calzamaglia che li aiutavano a credere in loro stessi ma a non scordare le proprie debolezze.
"Ciao vecchio mio"
"Ciao figlio mio"
Legai un fusto all'altro e aspettai Martina all'incrocio di Via Lenin. Arrivò col furgone, strafatta, trascinandosi dietro un gatto investito e penzolante dalla marmitta e un mucchio di ricordi.
Lei che canta da piccola e gli applausi dei genitori. Lei al primo saggio. Lei al concerto del paese. Lei con in bocca il sapore di un pene sudicio in erezione in uno studio televisivo, unta di sperma e di sete di successo. Lei in TV, lei alla Hall of Fame di Leicester. Lei nella camera di un amante, pezzo grosso, ubriaco. Lei in strada con i suoi cd ed un occhio nero. Lei che pensa se stessa pensare che i sogni non esistono più.
La mia generazione brucia dietro me con i suoi giornali di lotta politica al centro di discussione e stampa "Falcone-Borsellino". La mia generazione scoppietta con i fili elettrici dell'antenna TV. E' maestoso fuoco fumante, cenere imbrattante, porte smaltate e incandescenti al centro "Guerra alla guerra". La mia generazione è senza casa, senza scuola, senza baretto, adesso.
Dalla collina dei meriggi alcolici, un tempo Collina Cesarò, possiamo vedere le stelle, possiamo vedere conigli farfalle notturne e lucciole, ma non ci frega nulla. Che cadessero gli astri, si estinguessero gli animali tutti, bruciassero le farfalle a contatto col culo delle lucciole.
La città brucia, e con essa, una parte della mia generazione.
"Me la canti la canzone del Re e del contadino?"
"Aspetta che finisca di piangere, almeno"
Ed io aspetto. Non ho nient'altro da fare fino a domattina.
Touch and Splat è il nuovo libro di Alessandro Cascio.
Potete trovarlo qui:
Foto e testo di Cristiano Tinazzi.
Troppo tardi
di zop

A stare sdraiati su un praticello sotto il sole, tra gli alberi, in primavera, certe volte dimentichi persino chi sei. Rimani lì a occhi chiusi. Abbandonato, come quando dormi. E ti sembra di essere niente.
Bello.
Ecco son qui spiaccicato nell’erbetta e non sono niente. Sono la natura. Mi annullo nel paesaggio. Devo dimenticare tutto. Il lavoro. Le preoccupazioni. Non voglio pensare a niente. Ma è difficile fare tabula rasa. I pensieri appaiono da soli anche se li scacci. Come il volto di quell’uomo che ho incrociato poco fa. Ci siamo scambiati uno sguardo insolito. Di quelli che comunicano qualcosa, anche se al momento non saprei dire cosa. Chissenefrega. Non m’importa.
Anche lui mi ha guardato in modo strano. Come se mi conoscesse. Come se nel volto, sotto la barba, nascondesse un nonsoché. Ma che importa? Adesso son qui, sdraiato nell’erba. Pancia all’aria. Immobile in ogni muscolo. A sentirmi niente. Che pace. Non devo pensare al lavoro. Un detective è sempre immerso nei propri crucci e non si lascia andare mai. Ti porti dietro in ogni momento le tue ossessioni. I tuoi sospetti. E non va bene. Tutti hanno bisogno di staccare, no? Quanto tempo è che non staccavi, detective? Quanto tempo è che non pensavi a niente? Non me lo ricordo più nemmeno io.
Che serenità.
Quell’uomo. Quell’uomo dallo sguardo torvo. L’ho già visto alla Bovisa, mi sa. L’anno scorso. Quando ho fatto arrestare la banda delle babyprostitute in schiavitù. Non aveva la barba allora, però. Ma perché continuare a pensarci? Sto troppo bene su questo prato. E’ come se non avessi il corpo. La gioia dell’atarassia. Non sentire nulla. Nemmeno i dolori. Nemmeno i rumori. L’ultimo rumore è stato quel boato. Quel suono che mi rimbomba ancora in testa come uno sparo. Subito prima di sdraiarmi qui nell’erba. Poi la sensazione di calore sulla testa. Un caldo umido e bagnato che cola lungo il collo. Inzuppa la camicia. Intorno a me vedo delle ombre. Si agitano. Si muovono come aliti di vento. Gridano. Non capisco cosa dicono. Ma non m’importa. Mi scuotono. Ma io tanto non mi muovo da questo prato. Non reagisco. Come si chiamava quell’uomo? Georgi mi pare. Certo. Georgi. Quello che sbraitava che me l’avrebbe fatta pagare. Adesso capisco. Mi sembra di sentire un suono di sirene. L’ambulanza mi sta portando via. Questo è l’ultimo caso di omicidio che risolvo. Troppo tardi.
http://zop.splinder.com/


Ieri ero al solito caffè. Alle 23 una ragazza mi ha fermato e salutato.
Un incontro casuale si è trasformato in una lunga apnea nei ricordi innaffiata di birra doppio malto. Lei è stata una mia compagna di classe.
A scuola era un’obesa e anche un fottuto genio con un’ironia grossa quanto il suo culo inesploso. L’ultima volta che l’ho vista è stato nel maggio del 2002, al suo primo esame alla facoltà di biotecnologia.
Quel giorno io ero con lei nello studio della professoressa bionda tatuata Calvin Klein. Fu forse il peggior debutto universitario che io possa ricordare e immaginare. Ricordo frasi come : “Lei è un ignorante signorina! Un’inetta! A lei non avrebbero dovuto dare nemmeno la licenza media, ma com’è possibile che lei si sia diplomata con 100 al liceo? Non credo onestamente che lo studio universitario sia per lei...etc.etc...” Mentre questa prof proseguiva con le sue elucubrazioni mentali gravemente deviate ad alta voce, sembrava che il grasso della mia amica si stesse sciogliendo su quella sedia. Tremava, sudava e raccoglieva onestamente più del dovuto. Da allora l’ho persa di vista. Ieri mi ha raccontato della sua vita. Il giorno dopo il suo primo esame ha abbandonato l’università.
Si è arruolata nell’esercito, è dimagrita 50 kg.
.Mi ha raccontato delle sue missioni all’estero col contingente italiano e intanto beveva ma non come si beve per chiacchierare e nemmeno per dimenticare, beveva da alcolizzata. I suoi pensieri così diversi da quelli dei tempi del liceo. Così diversi dai miei. Lei, che aveva fatto del suo humor e del suo cervello lo scudo del suo corpo. Lei, che per reazione alla signora Calvin Klein aveva preso una decisone più grossa del suo quintale e abbandonato il sogno di diventare una ricercatrice.
Ha 27 anni e ha già fatto tre missioni, beve fiumi di birra irlandese e parla una lingua che non mi appartiene. Usa termini e frasi come: "Se la son cercata, tu non capisci...Noi ci sacrifichiamo...Ci dovrebbero ringraziare, bisogna liberale il mondo dal male...Con le missioni mi faccio i soldi, ho fatto il mutuo per la casa, ho la macchina nuova e ventimila euro in banca".


Ieri sera sono rimasta meravigliata per una frase che non ho mai letto e ascoltato prima.
“ E stasera a letto senza internet! ”, ha detto un mio amico rivolgendosi alla figlia di nova anni che continuava a protestare; non voleva mangiare avanzi del pranzo a cena.
I miei genitori non mi hanno mai detto e stasera a letto senza cena!, nemmeno quando da scuola chiamavano a casa per segnalare qualche mia iper impresa.Me ne ricordo una in particolare.
Frequentavo forse la quarta elementare e un giorno si presentò una giovane supplente al posto della mia maestratuttematerie. Era fresca di laurea e decise di tenerci buoni facendoci svolgere un tema.
Disegnò col gesso un punto al centro della lavagna e scrisse sotto il titolo del tema: “ A cosa pensate guardandolo? ”( all'incirca ).
Io scrissi poche righe.
Il punto bianco in mezzo alla lavagna a me fa venire in mente un bambino americano che entra in una scuola e ammazza tutti i suoi compagni comprese le maestre, supplenti e non.
Meglio la tv o internet?


DAVVERO. NEL SOGNO
di Barbara Garlaschelli e Ladypazz
Milano incanta come fosse una luce forte.
Milano sembra che debba morire da un momento all’altro soffocata nel cemento.
Ma rinasce sempre, e rinasce cattiva.
Milano la invadono, la sfregiano, la fanno a pezzi.
E ogni volta che si riveste è sempre più nuda.
Milano è il Purgatorio. Senza Paradiso né Inferno.
Milano, Via Fabio Filzi, ore 21:35
- E’ pronta la cena!
Pollo allo spiedo con contorno di patatine fritte e insalata
Non lo so quand’è che ho iniziato a provare disgusto per mia moglie. Da quando l’ho tradita, forse. Da allora, Teresa ha imparato a cucinare e a ingurgitare.
Oggi mi ritrovo nel letto una cicciona che puzza di lacca per capelli.
Mia figlia Virginia ha diciotto anni ed è sempre a dieta, ce l’ha con me perché sua madre è grassa e depressa.
Lei assaggia appena l’insalata e stasera mi sembra più bionda del solito.
Milano, Stazione Centrale, ore 21:35
- Gioigiò fuori di qua la vita è un mondo che non ci capisce… Loro non sanno il vero problema della questione. Loro cercano di entrare nelle nostre confidenze, perché noi siamo delle persone segrete, abbiamo dei tesori nascosti e loro lo sanno.
- Ma che cazzo stai dicendo Zippo? Ma perché non taci e non te ne vai da un’altra parte? E fa un freddo del pio. Domani me ne vado al dormitorio. Toh, bevi e non rompere più i coglioni.
- Il fatto è che loro ci tengono ad avere quel minimo di confidenza che tu gli dai. Loro ti rispettano perché sanno che abbiamo dei tesori nascosti, dentro di noi… Loro…
- Ma chi cazzo sono ‘sti loro?
-I giovani, quelli che tu vedi diversi perché non sei nel loro sistema sociale… Per esempio, se dovessi salutare queste persone, non è che loro mi dicono Vaffanculo o mi rispondono male. No: se ne stanno sulle loro e stanno timidi o mi dicono Ciao… Si vede che ci tengono perché noi siamo persone segrete, te l’ho detto…
- Senti, Zippo, vaffanculo te lo dico io. Dammi ‘sta bottiglia che me ne vado.
- Gioigiò…
- Cristo, vado giù nella metropolitana almeno non ti sento più…
- Gioigiò…
- Vaffanculo…
- No, dai Gioigiò, non lasciarmi solo stanotte.
Milano, Via Fabio Filzi, ore 23:30
Teresa si è addormentata sul divano, come sempre. Virginia sta guardando la registrazione del suo programma preferito.
- Ciao, io vado.
Non risponde.
- Virginia, mi senti? Papà sta andando.
Lei abbassa gli occhi e, annoiata, risponde: – Ciao. – Un ciao che è più simile a un vaffanculo.
Milano, Stazione Centrale, ore 23:30
-Ma cos’è, sono la tua balia? Guarda quei cazzo di marocchini. Ci hanno fregato il posto migliore. Dai, muoviti Zippo. Schiodiamo, andiamo giù ai mezzanini. Cristo si gela.
-Gioigiò, mi ha baciato oggi.
-Chi?
-Sara.
-Ma piantala che quella non ti si fila nemmeno per striscio.
-Ti dico che mi ha baciato.
-Davvero?
-Davvero. Davvero nel sogno.
-Te sei fuori.
-Io me la sposo quella, Gioigiò. E faremo dei figli e avremo una casa e un giardino. E un’altalena.
-Sì. E io avrò una Cadillac…
-Davvero?
-Dai, sbrigati. Mi si stanno gelando anche le palle.
Milano, Piazza Duca D’Aosta, ore 24:05
In strada io e Antonio stiamo facendo il giro notturno. Da due settimane con altri del quartiere abbiamo deciso di armarci e proteggerci da soli, visto che la polizia non fa un cazzo.
Sembra tutto normale. Ci sono le solite puttane e ci sono le macchine che fanno la fila.
- Che poi, Antonio, io non ci trovo niente di male nell’essere puttana. Anche se sei polacca, slava, albanese… le puttane sono puttane ovunque. Mia figlia però non è una puttana e tutti gli extracomunitari di merda che hanno fatto entrare in città se ne devono andare. Sono loro il vero problema del paese.
- Hai ragione. Ci fottono le figlie e il lavoro… Ieri ne hanno violentata un’altra, l’ho sentito al tg. Ancora non lo hanno preso lo stronzo, ma hanno detto che probabilmente è un albanese.
Milano, Stazione Centrale, ore 24:15
-Zippo, muovi il culo che quelli non mi piacciono.
-Secondo te mi sposa Sara?
-Sì, sì ti sposa, basta che ti muovi. Quelli guardano proprio noi… dai Zippo, cristo corri…
Milano, Stazione Centrale, ore 24:17
-Antonio, oh, guarda là… ma che cazzo succede?
Vedo due che corrono. Li riconosco: sono Giogiò e Zippo, tra i barboni più famosi della Centrale. Dietro di loro c’è un gruppo di ragazzi. Sono in otto, forse dieci, armati di bastoni. Raggiungono i due uomini. Ho i piedi inchiodati a terra. Antonio fissa davanti a sé con occhi sbarrati. I ragazzi inziano a colpire Giogiò e Zippo. Uno due dieci colpi e ancora ancora.
I due barboni sono a terra, cercano di proteggersi il volto.
-Cristo! Antonio li stanno ammazzando. .. Dobbiamo chiamare la polizia.
Lui tace.
-Antò’…
-Non so che farci. Non c’impicciamo.
-Ma la polizia…
-Sì, poi glielo spieghi tu che ci facciamo qui armati?
Lui si volta e si allontana. Lo seguo dopo pochi secondi. Quando siamo abbastanza lontani i gemiti di quei due non si sentono nemmeno più.

La casa sembra isolata e io sono seduta fuori in veranda.
Sono circondata da una pergola di uva bianca, più giù i rami degli alberi ondeggiano nella brezza, davanti c'è il mare. Tutto sembra straordinario per quel clima di libertà che riesco quasi a sfiorare; la mia vita è stata un continuo conflitto tra il cercare di possederla e la paura reale di averla.
In questo ultimo anno ho vissuto in diversi luoghi, ho cercato di allontanarmi il più possibile da questa casa, mentre un pensiero fisso continuava a martellare la mia mente. Il mio corpo non era qui, ma le immagini di quelle scale continuavano a tornare, le vedevo nel piatto tra le patate bollite, nascoste dentro i vestiti usati del mercato, negli occhi di un corpo nudo mentre facevo sesso. Qualunque cosa facessi non riuscivo a liberarmene. Qualunque luogo raggiungessi non era mai troppo lontano. Per questo sono ritornata.
La sera questa casa non è più isolata. Ci sono giorni che pagherei qualunque cifra per dimenticare. Certe volte, all'imbrunire, provo a distrarmi: osservo i pipistrelli, do i nomi alle piante, ascolto gli animali. Ma poi la luce va via, è un buio diverso da quello della città, il rumore del vento diventa un richiamo, il mio corpo una calamita, il buio mi avvolge dentro e fuori.
Tutte le sere in ogni muscolo, dentro ogni vena ciò che scorre è paura. La sento, la vedo, la imploro. La mente cerca di mandare al corpo un comando... vai via, corri via, scappa, e invece mi dirigo verso quella cosa, sempre più giù per quella scala a chiocciola. Lì, dove tutto ha avuto inizio e mai fine. Scendo le scale con una torcia in mano e sento l'alito di quella casa: vecchio, imprigionato, violento. Scendo e il respiro diventa sempre più rapido, il silenzio è assoluto. Davanti a me c'è il freezer. Devo, devo, devo aprirlo... devo, devo assicurarmi che tu sia sempre lì.
Ogni sera scendo queste scale con la paura che il tuo corpo sia uscito fuori dal freezer e sia pronto ad ammazzarmi. L'illusione è stata la mia libertà, la realtà la mia condanna.
Ladypazz, la ragazza che si improvvisa

A mezzanotte io e la mia amica decidiamo di andare in centro a prendere qualcosa da bere.
La gente è in strada, sui muri, seduta attorno ai tavolini dei bar. E' ovunque.
Ormai dobbiamo fare i conti con l'anticiclone libico, siamo nel pieno di una rivoluzione climatica. Questo è un argomento serio che dovrebbe sconvolgere non poco l'uomo. Dovrebbe.
Passeggiamo e dopo un po' riusciamo a trovare posto all'aperto in un bar affollatissimo.
Di fronte: l'anfiteatro, sopra le nostre teste: S. Oronzo.
Incrocio gli occhi di decine di persone, occhi e volti di corpi stravolti dal caldo.
Beviamo, ci raccontiamo e dopo due birre chiare si avvicina un ragazzo che mi porge un mazzo di rose e mi saluta. Ha venduto tutti i fiori in colpo solo.
Se ti potessi scattare una foto, dice la mia amica e ride. Continua a ridere, mentre le rose ad una ad una e piano piano mi sfuggono dalle mani. Molte cadono per terra e io investo in pieno l'imbarazzo. 100 rose, non una, non tre...tutte. Ho i soldi e ti conquisto.
Per quanto un gesto simile, da parte di uno sconosciuto, possa far piacere a molte donne, io ho la sensazione di essere in una scena del Padrino 2.
Finiamo di bere, ci alziamo e mi rendo conto che in molti stanno aspettando curiosi un mio gesto. Andiamo via. I fiori li lascio sul tavolino.
Il giorno dopo.
Sono le due di notte e questa sera lavoro. Ho una postazione tutta per me in spiaggia. E' quella dei mojitos. Il mojito è un coktail che mi diverte preparare. Io aggiungo sempre un terzo di rum scuro.
La mia postazione dà sul mare, un mare che dà sull'Albania.
Sono stanca, ma quanta gente c'è? Con il passare delle ore non distinguo più i volti, mi sembrano incerti, sfocati. La gente che beve mi sembra tutta uguale, ammattisce, sul serio.
Ad un certo punto mi accorgo di un ragazzo. E' un bello spettinato. Balla e sta seguendo con gli occhi una ragazza che sta andando via. Lei è molto in carne, botticelliana. Lui la invita a ballare e lei viene verso di me con un sorriso incastrato tra due fossette che le illuminano il viso. Mi chiede il favore di tenerle la borsa e poi corre da lui. I loro corpi e i loro sensi ballano, si cercano, si toccano. Le loro bocche a volte si sfiorano, ogni tanto ritornano sul bicchiere. Le loro dita si incrociano, lui è un bello e dannato, lei è sensuale nei movimenti.
Sta albeggiando e non riesco a smettere di guardarli.
Lo sguardo di lui rimane aggrappato a quello di lei. La felicità del corpo di lei attaccata a quella di lui.
Ad un tratto mi accorgo che con loro questo posto non è il solito posto.
C'è energia, è la loro e io la sento. Quei due sono il resto del mondo. Quello che ha ragione d'essere.